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Storia

Martone sorge in zona abitata sin dall'antichità (come attestano reperti archeologici venuti più volte alla luce). Il centro comunque si sviluppò nel periodo delle invasioni saracene, quando demograficamente si accrebbe l'afflusso di popolazioni costiere. Casale della baronia di Grotteria, fu feudo delle famiglie:

De Luna d'Aragona (1314)
Correale (1458-1501)
Carafa (1501-1558)
Loffredo (1558-1573)
Ruffo (1573-1576)
Elia (1576-1577)
Aragona d'Ajerbe (1577-1631)
ed ancora Carafa che lo tennero fino all'eversione della feudalità (1806).
Il terremoto del 1783 lo danneggiò notevolmente. L'ordinamento amministrativo disposto al tempo della Repubblica Partenopea (1799) ne faceva un comune nel cantone di Roccella. I francesi, per legge 19 gennaio 1807, lo riconoscevano luogo, cioè Università, e l'assegnavano al cosiddetto governo di Grotteria.

Il riordino operato dai Borbone per legge 1 gennaio 1816 lo trasferiva nel circondario di Gioiosa.

Martone ha origini antichissirne che risalgono forse al VII-VIII secolo Sul significato del suo nome non c'è accordo: alcuni dicono che deriva da una famiglia greca "Martis", altri invece pensano derivi da Marte, dio romano della guerra; Se così fosse Martone potrebbe essere stato originariamente un accampamento di soldati romani durante la "guerra sicula" fra Augusto e Sesto Pompeo. Altri ancora dicono che Martone prende il nome da un'antica famiglia della Normandia venuta in Calabria nell'XI secolo al seguito di Roberto il Guiscardo.

Comunque il nome di Martone è attestato solo a partire dal XVI secolo dallo storico Ottaviano Pasqua che identifica Martone con il villaggio di Santa Maria di Bucito. Di questo villaggio c'è traccia in numerosi documenti a partire dal XII secolo Infatti, Santa Maria di Bucito è ricordato in un atto notarile del 1106 con cui Leonzio, vescovo di Gerace, dona il monastero della Santissima Madre di Dio di Bucito ad un altro monastero non meglio specificato. Il nome Bucito è attestato anche in un documento del 119 firmato da Nicola, protopapa di Bucito, e in un atto del 1181 in cui compare un certo Ruggero, figlio di Giovanni Oto, lettore e notaio di Bucito. Ma si ignora dove si trovase Bucito e come aveva avuto origine.

Da studi effettuati da Mons. Vincenzo Nadile (1921-2007), Vicario della Curia Vescovile di Locri, nonché studioso di storia locale della Vallata del Torbido, nel suo libro Santa Maria di Bucita (edito dalla FRAMA SUD s.p.a. - 1973) scrive: "In territorio di Martone, tra i suffeudi della Locride notiamo quello di Poligori, ancora oggi denominato Sutta-fegu o sutta-feudo, che fu della famiglia D'Aragona de Ajerbe e poi della famiglia Macedonio. In alcune cartine viene addirittura menzionato come Li Martoni.

Nella "Vita" di San Nicodemo, scritta in un codice del 1308, si legge che il Santo con i suoi monaci si trasferì dal monastero, situato sul monte Kellerano, presso Mammola, a Bucita, dove c'era un luogo che egli pensava più adatto ad una vita di preghiera. Ma il giorno in cui i monaci arrivarono trovarono una gran confusione perché gli abitanti di Bucita festeggiavano Santa Maria Assunta in Cielo. Delusi, pertanto, nel loro desiderio di tranquillità, i monaci se ne tornarono sul Kellerano. Il fatto, riportato nella vita di San Nicodemo, può essere significativo se si nota che anche ora la Madonna Assunta è protettrice di Martone. Questo culto è di origine greca ed è stato forse introdotto in Italia dai monaci che vi si rifugiarono al tempo delle lotte iconoclaste.

Che la Madonna Assunta fosse venerata a Martone fin dall'antichità sembrerebbe anche attestano il ritrovamento nella parte bassa del paese, chiamata Batia o Basia, dei ruderi di una chiesa a lei dedicata e distrutta dal terremoto del 1783. Un altro ritrovamento che potrebbe attestare la presenza di monaci greci nelle vicinanze di Martone è forse quello di una chiesetta, dedicata a San Nicola di Bari, nei cui pressi è stata ritrovata una necropoli bizantina. Inoltre in località Gujune sono ancora visibili i ruderi di un monastero basiliano, detto di Sant'Anània, con una cella, isolata dal resto della grotta da una parete, che era sicuramente adibita a dormitorio per i monaci. Infine nella chiesa matrice di Martone si conserva il "Signum Pacis", una targa metallica dotata di impugnatura che raffigura Cristo Risorto e Maria, e che si dava da baciare agli sposi alla fine del rito nuziale, almeno fino a qualche anno fa. È questo un rito bizantino antichissimo, ancora in uso nelle chiese orientali e che potrebbe essere giunto a Martone proprio attraverso dei monaci greci.

Martone, o come si chiamava allora Santa Maria di Bucito, potrebbe essere sorto intorno ad uno dei tanti monasteri basiliani, presenti nella zona. La vita degli abitanti e dei monaci non dovette, però, essere facile essendo quei luoghi soggetti alle incursioni saracene che furono particolarmente terribili tra il 952 e il 986. Gli abitanti, per controllare l'arrivo dei pirati, costruirono allora una torre che si trovava forse ai confini del latifondo Sujerìa sul quale sorgeva anche Martone. Il Russo, parlando di Martone, lo chiama "Castro Martone" cioè paese fortificato. È possibile che Martone facesse parte di un sistema difensivo insieme a San Giovanni. Ancora oggi in contrada Sujeria sorge una torre in cui, nel XIX secolo, fu collocato un telegrafo ottico per la segnalazione a distanza. Notizie più precise su Martone vi sono dal XIII secolo in poi quando il paese entrò a far parte del Contado di Grotteria. Già dal 1400 Martone divenne feudo di varie famiglie pur continuando ad appartenere amministrativamente a Grotteria ed essendo parte della diocesi di Gerace.

La prima famiglia di feudatari di cui abbiamo notizie è quella dei de Luna d'Aragona. Blasco Ximenes de Luna (? - 1324) , figlio di Lope Ferrench de Luna, custode delle terre di Siracusa per la Curia nel 1283, si trasferì in Calabria, dove nel 1314 venne investito della signoria feudale di Grotteria, con Siderno, Martone, San Giovanni, Mammola e terre annesse e di metà del feudo di Ragusia (attuale Gioiosa Jonica). A Blasco seguì la signoria del figlio Antonio o Anfuso de Luna. Ai de Luna una seguirono poi gli Aragona de Ajerbis che lo possedettero tra il 1431 e il 1450. A quel tempo Martone era uno dei quattro "castelli" della Baronia di Grotteria. Dal 1450 al 1458 Martone appartenne a Tommaso Caracciolo che poi si ribellò al Re. Essendo perciò venuto meno al giuramento di fedeltà prestato al sovrano egli perse il feudo che fu dato a Don Marino Correale. Nel 1496 Martone passò insieme a Grotteria, di cui era casale, alla famiglia, napoletana dei Carafa. Sappiamo che un esponente di questa famiglia, e precisamente Don Carlo Maria Carafa, diede delle leggi per le sue terre e una di queste fu dettata "da una iniquità" commessa di frequente nel casale di Martone. Qui venivano tagliati o bruciati alberi e di questo reato venivano incolpate persone innocenti. Per ovviare a ciò, Don Antonio ordinò che prima di chiedere il risarcimento dei danni era necessario portare ai giudici un certo numero di testimoni.

Nel periodo della dominazione dei Carafa, a Martone si ebbero tre forti terremoti: uno nel 1638, che distrusse la chiesa di S. Nicola, uno nel 1659 e uno infine nel 1663 in cui fu distrutta la cappella del Santissimo Salvatore. Martone rimase alla famiglia Carafa fino al 1806, quando Napoleone Bonaparte abolì il sistema feudale. Nel frattempo, nel 1799, era passato amministrativamente dal comune di Grotteria a quello di Roccella. Intanto nel 1783, a causa del fortissimo terremoto che provocò in tutta la Calabria gravissimi danni, il centro abitato di Martone, che era andato distrutto, fu spostato dalla zona bassa (Basia) a quella alta della collina dove sorge tuttora.

Il paese rimase per alcuni anni sotto i Francesi che, con la legge del 13 gennaio 1807, lo trasferirono di nuovo sotto il governo di Grotteria. Solo con il ritorno dei Borboni Martone, il 1 maggio del 1816, fu trasferito al circondano di Gioiosa. Un momento molto difficile Martone lo visse nel 1860 quando rischiò di essere distrutto per ordine del generale La Marmora. A questo proposito si racconta che dei ragazzi gioiosani vennero a Martone per rapire alcune fanciulle. Siccome i Gioiosani commisero numerose violenze, i Martonesi decisero di difendersi con le armi. Il capo dei Gioiosani, originario della Sicilia, si arruolò nell'esercito del generale La Marmora e riuscì a convincerlo a bombardare il paese.

Quest'ordine portava la data del 29 agosto e quando sembrava che per Martone non vi fosse più speranza, avvenne un fatto straordinario: l'ordine fu ritirato. Era il 30 agosto del 1860. Il popolo martonese credette questo un miracolo di San Giorgio e ancora oggi il 30 agosto di ogni anno si ricorda questo avvenimento con una grande festa in onore del Santo I tempi tristi per Martone non erano però finiti e ciò che non riuscì agli uomini lo fecero le calamità naturali. Martone fu devastato ancora una volta da due terremoti, nel 1905 e nel 1908. Oltre a distruggere gran parte del paese, questi terremoti distrussero anche la chiesa dell'Assunta che fu ricostruita nello stesso luogo nel 1932. Sempre in questo anno ci fu una rivolta della popolazione contro il governo a causa dell'aumento delle tasse. Durante questa rivolta ci furono diversi morti e tanti cittadini di Martone furono arrestati e processati.

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